> Finale di Partita

produzione / comunicazione / promozione

di Samuel Beckett

 

Regia Filippo Gili

 

con

Giorgio Colangeli, Giancarlo Nicoletti, Matteo Quinzi, Olivia Cordsen

In coproduzione con I due della Città del Sole

per gentile concessione di Editions de Minuit

Foto Luana Belli

Video Pierpaolo De Mejo Scene Roberto Rabaglino

Direttore di Produzione Diego Rifici
Aiuto Regia Tommaso Arati Di Maida

Ufficio Stampa Rocchina Ceglia

Distribuzione & Promozione Altra Scena Art Management

 

Dopo il successo di Aspettando Godot nella stagione 2016/17, Filippo Gili prosegue il suo originale personale percorso di ricerca attraverso le pieghe della drammaturgia beckettiana affrontando, sempre dalla sua personalissima angolazione, un altro dei capolavori del maggiore esponente del teatro dell’assurdo, Finale di Partita. Ancora una volta protagonista dell’operazione è la straordinaria attorialità di Giorgio Colangeli, che presta voce e corpo al ruolo di Hamm, affiancato da Giancarlo Nicoletti in quello di Clov. Lo spettacolo è prodotto da Altra Scena Art Management e sarà presentato in anteprima a Febbraio 2018 allo Spazio Diamante di Roma, preannunciandosi come uno dei grandi appuntamenti della stagione 2017/18.

Finale di partita è la storia di un padre che tiene accanto a sé un figlio che vuole cominciare a vivere e due genitori che vogliono continuare a morire. È il dramma di un ragazzo che chiede un distacco ma il cui vero nemico è la sua stessa angoscia di andar via. E' la farsa di un uomo e una donna passati a miglior vita ma tenuti vivi dalle psicosi di un figlio ormai anziano. Finale di Partita è una concretissima vicenda familiare in cima a un faro. Fra l'oceano e il deserto. Fra morti e vivi. Fra chi non può mai alzarsi e chi mai sedersi. Immersi in questi opposti che, in Beckett, più che toccarsi, si invadono, si confondono, si ribaltano gli uni negli altri. E che, più che contribuire a confermare un antico malinteso 'assurdo', aiutano a sviluppare il contesto vivo, reale, comico, disperato, che questa storia cont iene.

note di regia

Il mio regno per un netturbino. Eccola qui. Tutta in questa frase. Tutta in questa frase la sintesi e l'apoteosi della postmodernità di Finale di partita. Attraverso il canto di Hamm, perfetto innesto di Vladimiro in Lear, che ricama, col suo compagno di merende, la fine delle grandi narrazioni, la fine delle grandi idee. Per far diventare grande, in poco più di un'ora, solo la retrospettiva ridicola di ogni esistere, di ogni morire, di ogni soffrire. Siamo al culmine. Qui Beckett raggiunge i novemila, trasformando il mondo in una stanza grigia con due finestre alte. Ridicolizzando, così, la voglia di timbrare il cartellino della superiorità, della grandezza, della nobiltà del dolore, dell'immensità del morire (perché Clov, per arrivare a quei vetri a raccontarsi il nulla d'altri mondi, deve prendere una scala, e su questa arrampicarsi), ma non riuscendo del tutto nell'intento. O meglio, non volendovi, riuscire. Perché, ad onta di questo water in cui egli riesce sempre ad infilare ogni respiro, ogni afflato, ogni vastità, se ne esce sempre con la sensazione che la merda, ovvero il netto, faccia nascere anche una tara di gloria. Non la gloria del bene e del male. Non la gloria della storia, dell'infelicità, di Cristo e di un bimbo ucciso. Ma la gloria di ridurre tutto questo come Giordano Bruno ridusse il mondo e la sua centralità.
Altro che minimalismo. Altro che assurdità. Solo la tac di una cosa che, la vita, a guardarla attentamente, non si racconta come minima e assurda, ma, in quanto minima e assurda. Con la più assoluta naturalezza, la più dissoluta semplicità. Perché i simboli vanno recitati come l'aria che si respira. Perché i genitori di Hamm non sono rappresentati in due bidoni dell'immondizia, ma psichicamente vissuti, dal figlio, in quei bidoni. Al di là dell'amare, al di là del vedere. 
Finale di partita è quel luogo, quella carne viva in cui, svelando una miseria, si riconosce una grandezza. E' la freudiana catarsi; quella in cui, pattuita, dell'immensità del male e dell'amare, la loro inesorabile irrisorietà, si esce, dall'ultima seduta con la sensazione di potersela finalmente fare una passeggiata leggera, su questo mappamondo, su questa mappavita.

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Debutta in prima assoluta allo Spazio Diamante, Finale di Partita. Il regista Gili ha aperto una porta, facendoci entrare in un mondo immenso, fatto semplicemente di relazioni umane.

Post.it

Eppur non è assurdo questo teatro, scritto più di sessant’anni fa da Samuel Beckett e rielaborato oggi da Filippo Gili. Non è assurdo e nemmeno poco comprensibile o difficile poiché, liberando la rappresentazione da una narrazione che segue il canone classico “premessa – sviluppo – conclusione”, rimane l’essenzialità dell’interazione, l’immediatezza della parola, la necessità di far propria la visione per trovare un’interpretazione che forse, in fondo, non è davvero necessaria.

Critical Mind

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