> Mumble Mumble

produzione / comunicazione / promozione

di Emanuele Salce e Andrea Pergolari
 

Regia Timothy Jomm

Con

Emanuele Salce e Paolo Giommarelli

Distribuzione Altra Scena
Ufficio Stampa Rocchina Ceglia
Foto di Scena Dania Martino
Costumi Giulia Elettra Francioni
Grafica e Materiali Daisy Iacuzzi

 

 

 

 

 

 

 

Scheda Spettacolo

Mumble Mumble è un racconto in tre tempi in cui Emanuele Salce narra impudicamente le vicende di due funerali e mezzo (e le gesta dei protagonisti che in quei giorni si distinsero...). A fare da contraltare in scena lo spettatore-regista Paolo Giommarelli, ora complice, ora provocatore della confessione, passando con candida disinvoltura da Achille Campanile a Petrarca fino ad un trattato di procto-gastroenterologia.
Il racconto conclusivo dello spettacolo, che narra dell'incontro tra il protagonista e una bionda australiana, seguito da un'imbarazzante defaillance, ha catturato l’attenzione di Sandro Veronesi che, nel suo ultimo romanzo “Terre rare” scrive: “La storia narrata nel capitolo dieci della prima parte non è farina del sacco dell’autore, è una cover dello strepitoso monologo autobiografico di Emanuele Salce contenuto nel suo spettacolo intitolato Mumble mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte. Oltre al ringraziamento per il permesso di rielaborarla, l’autore gli rivolge tutta la propria ammirazione”.

Nel primo racconto, quello di suo padre Luciano, quando aveva poco più di vent'anni e, reduce da una nottata di eccessi etilici, si trovò a dover gestire da solo l'accadimento affrontando, nelle condizioni peggiori, una realtà a lui sconosciuta ed assai scomoda fra para-parenti a caccia di lascito, addetti alle onoranze funebri che lo inseguivano con cataloghi di bare e la ragazza per cui spasimava che non gli si concedeva.
Nel secondo, quello di Vittorio Gassman, marito di sua madre, vissuto da trentenne più lucido e consapevole, in cui si assiste ad un vero e proprio Carnevale del sacro e del profano, fra autorità politiche improbabili e presenzialisti d'ogni risma: dai colleghi minori, a venditori d'automobili, religiosi frustrati, furfanti che nella calca stappavano bottiglie di vino pregiate per concludere il tutto con la semifinale degli Europei del 2000 Olanda - Italia con scene da stadio.
Nel terzo (metaforicamente) il suo: vissuto attraverso l'incontro con una bionda australiana e una défaillance occorsagli in un museo di Sydney, con un finale in crescendo, fino a giungere ad una vera e propria liberazione non solo simbolica.
A fare da contraltare in scena lo spettatore-regista Paolo Giommarelli, ora complice, ora provocatore della confessione, passando con candida disinvoltura da Achille Campanile a Petrarca fino ad un trattato di procto-gastroenterologia.

note di regia

Mumble mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte nasce nel 2009, quasi per caso, quando la direzione artistica di un teatro privato milanese, dopo avermi visto in un’intervista tv, mi offrì di fare una serata nel loro spazio estivo. “Vorremmo conoscerla artisticamente” fu la proposta. Non mi era mai successo in precedenza, facevo l’attore seriamente da poco ed avevo fatto solo duetre
spettacoli prima d’allora (di cui la metà trascurabili…). Ero molto gratificato e spaventato al tempo stesso. Potevo fare quello che volevo mi dissero: “qualcosa dal suo repertorio (io non avevo un
repertorio), una lettura, scelga lei…”. Il primo istinto fu quello di cercare supporto nei classici: “La mite” di Dostoevskji era sempre stato uno dei miei racconti preferiti. Optai per quello senza indugi. Ma poi, per enorme senso di gratitudine verso questi signori sconosciuti che mi offrivano questa inaspettata e gratificante possibilità, tornai sui miei passi e, ritenendo di dover fare qualcosa di più
per poter contraccambiare adeguatamente la generosa offerta, aprii il rubinetto dei miei ricordi più intimi senza indugi e venne fuori tutto, tutto ciò che avevo di più intimo dentro di me: ricordi di persone care scomparse, momenti intimi di quasi felicità come momenti imbarazzanti. Tutte esperienze di vita vissuta in prima persona, da me. Ma pochi giorni prima dell’andata in scena, accadde l’inaspettato. Lo stesso teatro che mi aveva tanto cercato, ingaggiato e tanto incoraggiato a farmi conoscere artisticamente presso il suo spazio, decise di censurarmi! La direzione artistica ritenne infatti volgare ed impresentabile il mio terzo racconto, si dissero scandalizzati ed offesi da alcuni riferimenti scatologici in esso contenuti. Inutile dire che ci rimasi malissimo. Non riuscivo a farmene una ragione.
Il mio produttore mi disse di non farne un dramma e che mi avrebbe offerto di metterlo in scena comunque per qualche serata all’interno di una sua rassegna di testi inediti che si sarebbe tenuta qualche mese più tardi. E lì accadde l’imponderabile, lo spettacolo ebbe un successo insperato (almeno da me), registrammo persino degli esauriti e ci fu proposto di replicare per tutta la settimana successiva. A Roma si sparse in fretta la voce che accadeva qualcosa di molto interessante nel nostro teatrino, venne chiunque, dai colleghi agli impresari. Finché uno di questi decise subito di prenderlo e metterlo nel suo cartellone l’anno successivo. Da lì parte l’avventura di questo piccolo spettacolo che finisce per diventare così quasi grande e ad andare in scena ancora oggi, dopo cinque stagioni, girando l’Italia con enorme consenso di pubblico ed innumerevoli recensioni positive. A volte si dice che nella vita, quando si chiude una porta poi si apre un portone. Per noi andò proprio così. E per certi aspetti devo molta gratitudine a quella censura. Senza di essa non avrei mai partecipato alla rassegna di testi inediti e lo spettacolo sarebbe nato e morto quella stessa sera.
Per la cronaca, quel teatro ha interrotto la sua programmazione pochi anni dopo, mentre il mio racconto, oggetto di scandalo e censura, è finito nell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi con tanto di dedica e complimenti.

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Ci vuole un misto di grazia e faccia tosta nel volgere in racconto di scena i due-funerali-due per la scomparsa di entrambi. E ci vuole sense of humour (venato di grottesco nostrano) che discenda dal filone britannico dell’Evelyn Waugh de “Il caro estinto” o dell’Alan Bennet de “La cerimonia del massaggio”. C’è voluto tutto questo per permettere ad Emanuele Salce di unire affetti, osservazione ed onoranze funebri in un dittico (più un epilogo macabro) a teatro.

Rodolfo Di Gianmarco

La Repubblica

…Salce dice di sé, è vero, ma con il piglio dell’osservatore esterno, partecipando agli eventi e insieme giudicandoli, dipingendosi al centro delle cose e insieme guardandoli da posizioni non solipsistiche, non autoreferenziali. Così la narrazione, che tocca prima la morte di Luciano, il padre-regista, poi quella di Vittorio… assume i connotati di una relazione satirico-grottesca dolorosa, ma volutamente esilarante.

R. Sala

Il Messaggero

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